23 ottobre 2026, sala maggiore del Comune di Pistoia
Intervento introduttivo dell’Direttore dell’ISRPT Stefano Bartolini
Ringrazio il Comune per aver accolto la nostra proposta a costruire insieme un momento di riflessione storica aperto a tutti e tutte.
Lo stimolo per organizzare questo incontro è arrivato dopo aver visto, ai primi di ottobre, sul sito dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia la locandina con la quale l’Esercito italiano ha pubblicizzato l’adunata dell’Associazione e la commemorazione dell’84° anniversario della battaglia di El Alamein, che quest’anno si svolgono a Pistoia.
A colpirci non è stata tanto la circostanza di un’iniziativa pubblica della Folgore e dell’Associazione. La Folgore tra le altre cose combattè la guerra di liberazione dal nazifascismo al fianco degli Alleati e dei partigiani, ed il reggimento Nembo oggi di stanza a Pistoia il 19 aprile del 1945 a Case Grizzano sconfisse un reparto di paracadutisti tedeschi contribuendo così a costruire la liberazione di Bologna e del nord Italia. In passato la Folgore ha commemorato quell’evento qui in piazza del Duomo e come Istituto storico della Resistenza non abbiamo trovato niente da eccepire. Non c’è dunque da parte nostra un’ostilità preconcetta.
Ci hanno semmai colpito le parole usate per presentare l’occasione odierna:
Nel segno del Valore, custodi del mito. Dal deserto di El Alamein a oggi, lo stesso spirito, la stessa dedizione. La storia continua…
Compito di chi svolge il mestiere dello storico e della storica, come lo chiamava Marc Bloch – uno dei padri della storiografia moderna, fucilato dai nazisti nel giugno 1944 in quanto resistente – è quello di decostruire miti e leggende per riportare i fatti alla storia. Basterebbe questo a spiegare il perché dell’interesse del nostro Istituto ad organizzare questa iniziativa di oggi.
Ma c’è dell’altro. Prese nell’insieme queste parole segnalano un corto-circuito, e una continuità, che in verità esistono da sempre ma che ci sembrano oggi più di prima meritevoli di una serie di riflessioni. E’ stato questo il motivo che ci ha portato a proporre di affrontare qui con voi il tema della memoria pubblica di una battaglia nazifascista e coloniale, non la volontà di organizzazione una contro-manifestazione.
Successivamente in sede locale si è sviluppato sui media un dibattito a più voci tra diverse associazioni, componenti della Folgore e partiti politici. Lo abbiamo accolto con favore, il confronto è sempre un momento utile e aiuta a mettere a fuoco i termini dell’oggetto in discussione.
Vorrei spendere qualche parola in merito, prima di lasciare spazio al nostro ospite.
Da questo dibattito sono emersi 2 elementi.
Il primo riguarda non El Alamein ma la scuola e gli studenti. Molti docenti, molte associazioni, molte persone, si sono allarmate e indignate per il fatto che gli studenti di alcune scuole, su invito dell’Esercito, partecipino a una manifestazione che comprende parate ed un’esposizione di mezzi militari. In uno scenario che vede la guerra tornare a farsi sempre più presente e vicina a noi e un forte ritorno della presenza dell’Esercito, e di forme di addestramento militare, nelle scuole, molte e molti hanno sostenuto che non sia questo il compito della scuola.
Da storico devo precisare che “non lo è più”, o non dovrebbe più esserlo. Ma per lungo tempo non è stato così. Ed è sul peso di questo “non più” che possiamo misurare il mutamento storico e le sue eventuali regressioni.
Nei decenni successivi all’Unità d’Italia, nell’800, la scuola dello Stato venne costruita anche per esigenze militari. Le sconfitte sul campo nella Terza guerra d’indipendenza nel 1866 contro l’Austria-Ungheria avevano evidenziato che nell’esercito italiano non si riusciva nemmeno a parlare la stessa lingua, predominavano i dialetti, era necessario nazionalizzare gli italiani, e la scuola fu uno strumento per questo compito. Non solo. L’Italia aveva ambizioni di potenza regionali e coloniali. Per avere un esercito moderno all’altezza di questi compiti non bastava solo costruire un apparato industriale moderno. Le guerre erano sempre più tecnologiche già al tempo, serviva quindi un popolo con quell’istruzione minima che consentisse di avere un esercito capace di utilizzare le moderne tecniche. La scuola ancora una volta era chiamata a fare la sua parte.
Il regime fascista poi individuò nella scuola uno degli strumenti per formare l’uomo nuovo fascista, guerriero e soldato, strumento dell’impero che si ambiva a costruire, accanto alla donna fascista, madre e moglie dei soldati. Libro e moschetto fascista perfetto fu lo slogan che incarnava l’essenza della scuola fascista.
La scuola dell’Italia repubblicana non ebbe ambizioni di questo tipo, ma si dovrà attendere gli anni ’70 e ’80, con l’ingresso a scuola di nuove generazioni di docenti e di studenti e con la legge sull’obiezione di coscienza, per avere una scuola che facesse propria la vocazione a costruire una cultura e un avvenire di pace in linea con il dettato dell’articolo 11 della Costituzione. Una vocazione che oggi è percepita come minacciata. L’indignazione per l’invito alle scuole da parte dell’Esercito è figlia di questo sentire ed è in fin dei conti una declinazione dello spirito del “Mai più” che da inizio secolo informa le politiche educative della memoria: mai più guerre, mai più genocidi, mai più razzismi, mai più colonialismo…. Ci sembra uno spirito condivisibile.
Il secondo elemento ci riporta ad El Alamein ed all’opportunità di questa celebrazione.
Già di per sé commemorare una battaglia coloniale e fascista appare incongruo nella Repubblica nata dalla lotta antifascista. Non si tratta di mancare di rispetto ai morti. Per quello esistono i cimiteri di guerra, che sono un perfetto monumento alla follia della guerra, come lo è il cimitero tedesco qui al passo della Futa sugli Appennini e come lo è il sacrario di El Alamein.
Si tratta semmai del fatto che è necessario chiedersi cosa avrebbe significato una vittoria dell’Italia fascista e della Germania nazista ad El Alamein nel 1942?
Il motto scolpito nel deserto dai bersaglieri, “Mancò la fortuna non il valore”, sempre chiamato in causa, è fuorviante. Nessuno mette in discussione il coraggio disperato di uomini mandati al massacro, fra cui tanti, forse la maggioranza, estranei al fascismo. Ma fortunatamente sul piano storico all’Asse mancò la fortuna per vincere quella battaglia. Il contrario sarebbe stata una sciagura.
Ma soprattutto il fatto che si continui a commemorare, come se fosse del tutto normale, El Alamein, ci riporta ad altri temi storici: la continuità dello Stato e dei suoi apparati tra fascismo e democrazia, tra Monarchia e Repubblica, e la mancata elaborazione pubblica del passato coloniale e fascista.
El Alamein fu sia una battaglia del colonialismo italiano, che in nord Africa usò per la prima volta i gas sui civili e forme di internamento di massa, tanto che si discute se sia avvenuto un genocidio in Libia, tanto quanto una battaglia del progetto imperiale fascista. Si può separare la memoria pubblica di El Alamein da queste sue caratteristiche? Lo si può fare se prevale la continuità degli apparati, che si presentano come sempre neutrali rispetto alle vicende storiche del Paese. Un’operazione che non sta in piedi. Quegli apparati c’erano, presero parte, dovrebbero quindi scegliere cosa merita commemora e cosa no. Case Grizzano nel 1945 non può stare insieme, alla pari, a El Alamein nel 1942 sul piano della memoria pubblica della Folgore. Da una parte ci sono i sommersi, dall’altra i salvati, come scriveva Primo Levi.
Celebrare oggi El Alamein è dunque celebrare una continuità con l’Italia coloniale e con l’Italia fascista. Le stesse parole usate dall’Esercito sottolineano questo aspetto di continuità e per di più lo proiettano verso il futuro, generando un corto circuito con l’essenza della Repubblica.
Ed è proprio per l’importanza, la complessità e la delicatezza del tema in discussione che abbiamo voluto invitare a parlare Francesco Filippi, storico della mentalità e formatore, esperto di memoria pubblica, vicepresidente di Deina e docente per Feltrinelli Education, autore di numerosi libri tra cui ricordo Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto e Noi però gli abbiamo fatto le strade: le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, a cui volentieri cedo la parola.
Grazie
Stefano Bartolini

